Parashat Acahare Mot – Seminare bene per raccogliere meglio

29/04/2022 0 Di wp_2089253

La Parashà di Achare Mot ci insegna che deve essere designato un individuo ad assumere la custodia del capro espiatorio inviato nel deserto e condurlo alla sua destinazione finale. Questo individuo è indicato dal testo semplicemente come un ish iti, un “uomo designato” (letteralmente “un uomo tempestivo”). Questo ruolo è così significativo nel processo di espiazione comunitaria che vengono allestite una serie di stazioni intermedie lungo il suo percorso nel deserto. Ad ogni stazione, all’ish iti viene offerta la possibilità di interrompere il suo Kippur, in modo che possa conservare la forza necessaria per completare con successo la sua missione. Il Talmud testimonia che nessun ish iti ha mai interrotto Kippur. Secondo la Torà, chiunque può ricoprire il ruolo di ish iti; i Sommi Sacerdoti, tuttavia, hanno sempre imposto che questo ruolo fosse assunto solo da un Kohen.


Data la funzione fondamentale svolta dall’ish iti nel raggiungimento dell’espiazione comunitaria, il silenzio della Torà riguardo alle qualifiche richieste per questo ruolo è strano. Perché non vengono elencati i requisiti richiesti? Perché la Torà si accontenta semplicemente della definizione ish iti? Cosa significa esattamente il termine ish iti? Quali criteri innovativi sta stabilendo la Torà attraverso questa definizione?


Gli approcci dei Chachamim vanno dal mistico all’utilitaristico. Quasi tutti i commentatori basano i loro suggerimenti sull’interpretazione letterale delle parole ish iti, “un uomo tempestivo”. Una fonte nel Talmud, ad esempio, vede la designazione come descrittiva situazionalmente, piuttosto che personalmente. Il termine ish iti indica che questo ruolo è così importante che deve essere svolto in ogni momento, anche durante lo Shabbat, persino se il compito richiede il superamento di alcune leggi dello Shabbat. Scegliendo un percorso completamente diverso, il Chizkuni offre una sorprendente interpretazione mistica: Invariabilmente l’individuo designato ad accompagnare il capro espiatorio alla sua destinazione finale non sopravvive l’anno successivo. La Torà, quindi, impone che venga scelto deliberatamente un ish iti, un individuo il cui momento di morire è arrivato. In questo modo, sarà nominato per questo ruolo solo colui che è già destinato a morire nell’ anno successivo. Secondo il Chizkuni i Kohanim erano in grado di determinare il candidato grazie alla loro facilità nel processo di divinazione astrologica. L’approccio del Chizkuni, tuttavia, è problematico per due motivi: Per l’arbitrarietà del destino dell’ish iti, ma anche per il fatto che i Kohanim potessero effettuare la divinazione, pratica chiaramente proibita dalla Torà. È interessante notare che, mentre il Chizkuni rivendica una fondazione Midrashica per il suo insegnamento, Chachamim a lui successivi non sono in grado di individuare alcuna fonte Midrashica.


Molti commentatori che generalmente vedono il testo attraverso la lente dell’interpretazione letterale, mantengono un approccio diretto e utilitaristico del termine ish iti. Gli unici prerequisiti per questo ruolo sono la conoscenza dei percorsi e la preparazione a partire per il posto designato immediatamente. L’uomo designato, a differenza del Kohen, non è né un modello né un rappresentante del popolo davanti a D-o, ma è semplicemente un facilitatore. Una volta che i cerimoniali del capro espiatorio vengono completati dal Kohen, non resta che portare a termine il lavoro il più rapidamente possibile. Qualcuno deve assicurarsi che il capro espiatiorio raggiunga la sua destinazione finale senza indugio. L’unico criterio essenziale per questo ruolo è dunque che il candidato sia l’uomo migliore per portare a termine il lavoro.


Un’altra fonte talmudica, citata da Rashi, vede un requisito aggiuntivo nel termine ish iti. Per essere un “uomo tempestivo” bisogna essere “preparati per il compito dal giorno prima”. Questa fonte, oltre al valore nominale, rafforza la posizione utilitaristica dei commentatori. Secondo questo approccio è necessario un preavviso per garantire che l ‘”uomo designato” sia pronto a rispondere alla chiamata in qualsiasi momento. L’esigenza della prontezza da parte dell’ish iti, però, può essere raggiunta anche senza preavviso. Perché il Talmud insiste specificamente che l’“uomo designato” sia preparato per la sua missione “dal giorno prima”? Dobbiamo considerare il mandato talmudico in termini più ampi. Forse i Chachamim usando questa terminologia stanno definendo un tratto caratteriale fondamentale nella scelta dell’ish iti, una qualità personale che ritengono di inestimabile valore per qualsiasi individuo che percorre il sentiero verso la vera teshuva. Quanto sarebbero diverse le nostre vite se fossimo veramente “pronti dal giorno precedente”, se in qualche modo potessimo allenarci a percepire i semi del futuro, ogni giorno, nelle nostre azioni e nel mondo che ci circonda? Cosa sarebbe cambiato se ci fossimo preparati ieri per oggi? Cosa cambierà se saremo preparati oggi per domani?


I Chachamim nei Pirké Avot danno una definizione calzante: “Chi è veramente saggio? Colui che vede ciò che nasce». L’ish iti ci insegna esattamente questo. Dobbiamo essere sempre pronti per la teshuvà ma anche per piantare i semi per il futuro. La possibilità c’è sempre, dobbiamo solo essere in grado di vederla e coglierla. In questo modo avremo la possibilità di crescere e di migliorarci, per il bene nostro, dei nostri cari e della collettività

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