Parashat Ki Tetze – Due pesi e due misure

08/09/2022 0 Di wp_2089253

La Parashà di Ki Tetze è piena di leggi e regolamenti, alcuni dei quali si trovano in altre Parashot mentre altri sono parzialmente o completamente nuovi. Una delle mitzvot che vengono ripetute, compaiono nel capitolo 25 dove si parla dei pesi e delle misure oneste. La Torà qui specifica che non si possono avere due tipi di pietre per pesare nella borsa né si possono avere due tipi di efà (un’efà è un’antica misura) nella propria casa. Queste misure erano utilizzate per pesare e misurare la merce acquistata e venduta.

Come spiega Rashi citando il Sifrè, la Torà qui si preoccupa che si possa usare il peso o la misura maggiore quando si acquistano dei prodotti da un venditore inconsapevole per poi venderli utilizzando il peso o la misura più piccoli, ottenendo così un vantaggio materiale attraverso l’inganno. Il divieto di imbrogliare il prossimo con pesi e misure disonesti sembra una ripetizione di quanto insegnato in Parashat Kedoshim (Vayikrà 19:35-36): “Non usare standard disonesti quando misuri lunghezza, peso o quantità. Usa bilance oneste e pesi onesti, un on’efà onesta e un onesto hin. Io sono l’Eterno, il tuo D-o, che ti ha fatto uscire dall’Egitto». I Chachamim nel Talmud (Bava Batra 89b) distinguono tra le due Parashot e interpretano il divieto nella Parashà di Kedoshim come riferito a un vero e proprio inganno attraverso l’uso di pesi e misure disonesti, mentre il divieto nella Parashà di Ki Tetze come riferito al loro mero possesso. Non si dovrebbero avere questi oggetti nella borsa ma nemmeno a casa propria, come afferma il Talmud, anche se saranno usati come orinatoio (e quindi inadatti all’uso nelle transazioni commerciali). Questa interpretazione è codificata anche nello Shulhan Arukh (Choshen Mishpat 231:3).

Ci si potrebbe chiedere: Se questi pesi e misure fuori standard non verranno utilizzati per scopi ingannevoli, perché la Torà insiste sul fatto che non dovrebbero nemmeno essere in nostro possesso. Si potrebbe obiettare che, se esistono, potrebbero eventualmente essere utilizzati per scopi illeciti. Non dovremmo averli in giro perché potrebbero essere fonte di tentazione, così come si potrebbe giustificare il divieto di possedere idoli in casa anche se non saranno adorati. Questa potrebbe essere un’interpretazione ma possiamo trovare una soluzione attraverso un’interpretazione omiletica.

La Torà è davvero preoccupata per pesi e misure false, ma questi sono anche simboli di tutti i tipi di falsità e doppiezza che esistono nelle nostre vite, come conclude la Torà stessa nell’ultimo versetto della Parashà: “Poiché il Signore tuo D-o detesta chiunque faccia queste cose, chi agisce in modo disonesto» (25,16). Si noti che quando la Torà parla di un peso disonesto (Devarim 25:13), l’ubicazione descritta è nella borsa o nella tasca (bekiskhà), mentre la misura falsa (Devarim 25:14) è situata nella casa (bevetkhà). Il messaggio di tali descrizioni è che l’onestà e la rettitudine devono essere trovate non solo quando siamo fuori casa per strada o al lavoro, quando abbiamo le nostre borse, vestiti con le tasche o valigette e abbiamo a che fare con estranei, clienti o colleghi di lavoro, ma anche a casa, quando abbiamo a che fare con la nostra famiglia e i nostri cari.

Troppo spesso si sente parlare di individui che apparentemente sembrano essere un modello di onestà e virtù, che trattano bene tutte le persone con cui entrano in contatto nel loro ufficio, nei loro affari, nei loro viaggi., ma che a casa si trasformano in un personaggio molto diverso. Alle volte succede qualcosa per cui la patina di onestà e schiettezza viene via e questa persona si trasforma in un genitore e/o in un coniuge ingannevole, inaffidabile e talvolta violento. Uno dei maggiori problemi della società è la tendenza ad applicare serie favorevoli di giudizi e opinioni per noi stessi e sfavorevoli per gli altri. Per rivendicare la condotta e per rendere più impressionanti i nostri risultati, usiamo spesso scale di valore sbilanciate a nostro favore, mentre per altri usiamo una misura “su piccola scala”. Denigriamo e sminuiamo la reputazione e le conquiste di conoscenti e amici. Riducendo al minimo il valore degli altri, speriamo di ottenere un credito maggiore per noi stessi. Questo è ciò che si intende con il divieto di “guadagnare onore a scapito della vergogna degli altri” per il quale si è privati dell’olam habà (Maimonide Hilchot Teshuvà 4:4).

La Torà ci avverte che la falsità e la disonestà non devono far parte del bagaglio in nostro possesso. Sia che trattiamo con estranei nel mondo esterno, verso i quali non dobbiamo portare con noi la doppiezza (bekiskhà, nella nostra borsa o nelle nostre tasche), che se abbiamo a che fare con la nostra famiglia (bevetkhà, a casa propria), il comportamento senza scrupoli e ingannevole deve essere cancellato. Al lavoro o a casa, la Torà ci richiede uno standard coerente di onestà e franchezza. Questo è un messaggio molto potente, soprattutto nel mese di Elul, il mese che precede Rosh haShanà. Questo è uno dei periodi più favorevoli per fare un cheshbon nefesh, per tornare con il pensiero al nostro comportamento e individuare dove siamo stati mancanti, per impegnarci a cambiare le cose. Dobbiamo renderci conto che non abbiamo bisogno di imbrogliare per emergere, per realizzarci. Abbiamo tutte le potenzialità per brillare grazie alle nostre caratteristiche uniche, e per aiutare gli altri a brillare, creando in questo modo una società più armoniosa e giusta per il bene di tutti.

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